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“Un grand penseur, c’est toujours un peu une grande poste”. (Jacques Derrida, La carte postale)
Visitare l’atelier di Andrea Volo, o semplicemente guardare i suoi quadri, invita quasi fatalmente a prendere parte a un circolo virtuoso che non prevede arrivi né chiusure: è invito all’invito, a un’accoglienza anteriore a ogni ricevere, viaggio e interlocuzione: “visitazione”. Non è solo che i suoi quadri ci mostrano convitati, ospiti, conversazioni (Conversation pieces), (interlocutori), transferts, dediche (e dedicatari), visite (all’atelier), e altre topiche già richiamate dall’intelligenza critica di interpreti come Antonio Del Guercio e Mario Lunetta – anch’essi presi in un divenire ospiti e convitati. Ma perché a questo già immenso campo semantico occorre aggiungere - estensione della dedica - l’idea e la pratica della “destinazione” (della destinalità), ovvero l’interminabile processo dell’invio e del rinvio che porta con sé l’universo filosofico della posta, di quella “lettera” che è matrice di ogni scrittura, e probabilmente di ogni segno e di-segno. La consapevolezza, in altre parole, che siamo e saremo sempre secondi o terzi, nonché sempre penultimi, nel nostro “continuare a fare e insegnare arte” (e letteratura). La posta, che è più di una metafora, è ciò che faceva scrivere a Voltaire – che ripeteva a sua volta analoghe esclamazioni del 1° secolo a. C. – che è il luogo di ogni scambio e di ogni relazione, oltre a “rendere presenti gli assenti” e donare in premio l’ubiquità. Che poi l’adresse, traducendo l’heideggeriano Geschick, dica insieme l’indirizzo (il dativo dell’etica e della dedica) e la destrezza (l’abilità o il talento), sciogliendosi nell’ampia questione della destinalità, suggerisce l’ulteriore consapevolezza che, parlando e visitando la pittura, trovandosi alle prese con la ripetizione o la rappresentazione, ivi comprese le modalità di uscirne, siamo già da sempre presi in un universo di rinvii senza origine visibile. “Tutto comincia dal rinvio – esclamava il filosofo Jacques Derrida - dunque non comincia”. La pittura sarebbe quell’arte antimetafisica, concettuale e figurale insieme, che ci ricorda che una delle condizioni della condizione umana, come la citazione, è il nostro aggirarci in una molteplicità di invii e di rinvii, tracce di tracce. Confesso quindi l’emozione di trovare, in questa nuova mostra di Andrea Volo, quadri che espongono, su un recto senza verso, l’obliterazione postale, le marche dell’invio e della destinazione: cartoline. Invii la cui destinazione comprende la possibilità, quindi la necessità fatale, come per i baci di Kafka, di non arrivare a destinazione.
L’atelier di Andrea Volo, dunque, è luogo di visita e di scambio, ma anche di sviamento (détournement), e di visitazione – parola che, almeno a partire da Pontormo, anche nell’arte dice più di quel che dice. “Per questa mostra ho lavorato sui miei ‘soliti’ soggetti, riducendo al minimo il colore evidente, polarizzandolo verso i due estremi. Il bianco e il nero, appunto. Il mio tema di fondo è lo spazio mentale e fisico dell’atelier. In questo spazio convoco, invito, evoco i miei personaggi. Qualche volta fisicamente presenti: la modella, gli amici, me stesso. Altre volte signore e signori carichi di identità (o anche anonimi) che si sono consegnati alla storia o alla cronaca attraverso la fotografia, con un certo sussiego, con la convinzione di esserci, di lasciare una traccia di se. Questi quadri segnano un percorso parallelo rispetto a quello al quale ho anche lavorato in questi anni - panorami urbani e paesaggi verticali”. Così Andrea Volo, in una privata conversazione nel suo atelier. I suoi ospiti permangono a volte nelle loro pose e posture indecise e stupite, oscillanti tra volto e ritratto, tra segno e oggetto del segno, tra nome proprio e rappresentazione. Smontando e rimontando i linguaggi della pittura, lavorando sulla natura stessa della propria comprensione e conoscenza dell’arte, sulla tradizione culturale che ha approntato il suo sguardo, Andrea Volo guarda i suoi convitati perché loro stessi lo guardano, cioè lo riguardano, in un faccia a faccia che va al di là della visione; fino a fare del quadro stesso un volto, cioè un’alterità. Interfaccia, inter-vista, evento che accade tra, non solo nel vedere e vedersi, ma nell’incontrarsi. Arte dell’incontro e dell’occasione, come quella da cui provengono anche queste parole. “Non si guarda la gente come se fossero quadri”, ammoniva l’abate Pirard a Julien Sorel nel suo debutto in società (naturalmente in Stendhal, Le rouge et le noir): insegnamento che è alla base dell’etica dello sguardo (e l’etica, insegna Levinas, è ottica spirituale). Nei quadri di Volo, come in un carteggio o in una corrispondenza, come in una conversazione o in una dedica, non c’è un prima a determinare un dopo, poiché il destinatario è anche già il destinatore e viceversa - che si tratti di Schnitzler o di Freud, di Mahler o di Monet, di Cézanne o di Tomasi di Lampedusa, della bambola di Kokoschka o della zia Santina. Il pittore si assume così la responsabilità di tracciare e farsi carico del dramma della pittura all’interno del dramma più ampio della modernità e della cultura. La sovrapposizione dell’atelier del pittore con lo studio dello psicanalista, del divano di Freud con quello di Matisse in una serie di quadri precedente, era figura emblematica di questo dramma, di questa eredità, lascito e legame. Matisse analizza Freud come Baudelaire lo enuncia prima di lui nelle sue correspondences. E, nella loro irriducibile, imprescindibile bellezza, i quadri di Volo ironizzano sul fatto che la nostra cultura, civiltà del commento, è già da sempre anticipata dalle opere che non si curano di commentare, e che sporcandosi le mani (di pittura) dicono già quel che la vanità dell’interprete crede di trovare. A cosa serve decifrare, esporre, quando l’opera contiene già al suo interno il lavoro stesso della decifrazione, dell’analisi, dell’intelligenza? Mi chiedo, infatti, a cosa servano queste mie stesse parole…
“Tra i miei ospiti - mi ha detto ancora il pittore - non c’è il Commendatore, il convitato per eccellenza, il convitato di pietra del Don Giovanni. Ma l’Austria felix è molto rappresentata, insieme a ricordi di Sicilia e qualche illustre maestro, anzi esimio maestro. I miei “convitati” non hanno carattere ultimativo e finale e spero non mi trascinino nelle fiamme. L’Austria per me è il luogo (o uno dei luoghi) dove eletti spiriti avevano modo di incontrarsi, quasi attratti da una forza superiore o da un destino ineluttabile. Inoltre è il luogo dell’equilibrio culturale (“multietnico” si direbbe oggi) dove sono state a stretto contatto le esperienze che nel bene e nel male hanno generato l’identità europea. ‘Esimio maestro’ è una espressione ironica nei confronti della categoria dei pittori, che prende spunto dalle frasi che si scrivono sulle lapidi commemorative. Insomma: linguaggio da epitaffio. Cosa voglia dire per me la parola maestro o maestri? Direi chi riesce a suscitare capacità intuitive/creative attraverso la propria opera (o il proprio operato). La dedica c’è e non c’è. Uso soggetti storicamente importanti, solo per giocare di sponda col passato e vedere come tornare al mio presente a partire da una allusione, un ricordo”. L’Austria felix di Volo coincide con quella che Derrida chiama “epoca del destinale e dell’invio” - del Geschick, direbbe quell’altro, il filosofo di Friburgo – insomma del destino e di tutto ciò che riguarda la destinazione così come la sorte. E mi piace, aggiungeva Derrida, che questa parola di Geschick, da cui tutto finisce per passare, perfino la storia dell’essere come dispensa, das Gibt, dica anche l’indirizzo (adresse), non quello del destinatario, ma l’abilità di colui cui riesce un colpo. (In francese si dice “avere lo “chic”; schicken è inviare, spedire, indirizzare, far pervenire, ma anche disporre e convenire, come in una mostra. Schick: eleganza; Schick haben: “avoir du chic”, schicklich, che conviene, di bon ton (e si perdoni questo mio desiderio di “trovare le parole giuste”, die schicklichen Worte finden). Gioco con cui non voglio solo suggerire il talento del pittore, né la sua maestria; ma anche, naturalmente, che non solo un pensatore, ma anche un pittore, come Andrea Volo, “è sempre un po’ una grande posta”). Ogni compromesso col Geschick comporta un dialogo coi fantasmi. Non solo padri e maestri: in Volo “fantasma” si rinviene nell’uso di tecniche pittoriche che mantengono a volte lo sfumato e la tenuitas, il flou, il fané, (il pontillé), le cancellazioni e le ratures, e altre forme del non vedere o del celare che alzano la posta del vedere e far vedere, fino a una vaghezza ectoplasmica, a un effetto di sìndone. Fino all’uso della parola e della scrittura per coprire e quindi rilanciare l’immagine, in un incessante gioco di invii e rinvii che ha lo scopo non secondario di disorientare e riorientare il pittore e il visitatore. E se l’ospite sulla tela a volte perde la faccia, è perché il pittore (e quindi noi, il terzo escluso, visitatori) depone, nonostante l’ironia e il disincanto, la pretesa di vedere e di sapere, facendo emergere il volto dell’altro in quanto altro dalla sua cancellazione: “L’epifania del volto è visitazione. Il volto è rivolto verso di me – è questa la sua nudità” (Emmanuel Levinas). L’obliterazione pittorica di Andrea Volo – parole, cancellazioni, marche che disorientano e frantumano l’illusione di avere a che fare con una rappresentazione ingenua – è dunque anche sinonimo di compassione. La posta in gioco nella sua arte - la posta in Volo - richiama “l’arte d’obliterazione” di cui parlava Emmanuel Levinas in una sua rara pagina dedicata all’arte; ovvero a “un’arte che denuncia le facilità o l’incuranza leggere del bello, e ricorda le usure dell’essere, le ‘riprese’ di cui è coperta, le cancellature, visibili o nascoste, nella sua ostinazione a essere, ad apparire e a mostrarsi”. La dimensione etica nell’obliterazione, la sua compassione, è ciò che rompe l’incanto, la chiusura su di sé, e fa irrompere la vita, la fatica, l’insostenibile o il quotidiano, l’incompiuto, togliendo, direbbe Lévinas, “ciò che c’è di falsa umanità nelle cose”. Anche le parole sono via di obliterazione nell’arte – parole nella pittura e pittura nelle parole – parole straniere e parole della letteratura, perché le parole, rompendo la chiusura dell’immagine, attestano già sempre la relazione a qualcuno.
Resta un’osservazione semplice, ma forse necessaria. Se Andrea Volo appare estraneo alle ideologie stilistiche esibite dall’arte, e tutto quello che fa ci sembra guidato dal puro piacere della pittura, non possiamo far finta di ignorare che questo piacere, e la pratica stessa della “pittura”, sono oggi valori così in via di estinzione, così ecologiamente problematici, da costituire in se stessi, nel loro prendere partito per un “divenire minoritari”, un valore etico ed estetico (politico?) assai forte. La sua biografia ci informa che sul finire degli anni Sessanta, da Palermo e prima di approdare a Roma, trascorse anni di studio in Austria e Germania, dove apprese a ironizzare quasi suo malgrado sui simulacri di un impero estinto, e così facendo a ignorare attivamente quello che era allora l’impero dominante, l’America, che imponeva anche l’agenda della contestazione dell’idea stessa di impero e di pensiero dominante. Andrea Volo realizzava così una duplice trasgressione, poiché si sottraeva ai canoni estetici della contestazione. Ecco, è anche questa sua autonomia, questa affermatività, che mi colpisce e che ammiro, mentre vedo in essa – tutt’una con la pratica e il piacere della pittura – un’innegabile “resistenza” culturale.
Beppe Sebaste
Beppe Sebaste, scrittore e filosofo, ha insegnato al Collège International de Philosophie di Parigi. Tra i suoi ultimi libri: Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei. Feltrinelli, 1997. Lettere & Filosofia. Poetica dell’epistolarità. Alinea, 1998. Tolbiac. Baldini Castoldi Dalai, 2002. HP. L’ultimo autista di Lady Diana. Quiritta, 2004. |